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Wormworld [Capitolo 0]

L’ascensore procedeva come un proiettile verso l’accesso alla rete spinale. Eli-ky aspettava, sopportando a malapena il brusio del motore. Si rese conto di essere ipersensibile. Aveva continuato a processare i dati durante tutto il tragitto, simulando tutti gli esiti possibili, analizzando le evidenze e generando delle stime accettabili. Ma per quanto si ostinasse, l’indagine non stava portando a niente di concreto.

Non c’era da stupirsene. I dati che erano riusciti a raccogliere erano solo parziali, corrotti o del tutto inconcludenti. Per la prima volta da quando lei e Lie avevano preso servizio, stavano fallendo.

La richiesta di risalire fino al primo accesso alla rete per fare rapporto era solo l’ultima stranezza. Sarebbe bastato mandare un servodrone; non c’era motivo che andasse di persona per tutta quella strada. Forse avevano intenzione di sostituirli. Dare l’incarico a un’altra unità di agov, magari a dei modelli più recenti, ingegnerizzati appositamente per compiti di ricerca.

No. Non è possibile. Scosse la testa: era sempre possibile, ma non sarebbe stato probabile. Ad eccezione di quel compito ingrato, avevano una percentuale di successo immacolata. Erano stati sottoposti a qualche ciclo di ricondizionamento, ma si poteva dire lo stesso delle altre unità che conosceva. Sostituirli sarebbe stato uno spreco.

In ogni caso i suoi superiori non sarebbero stati contenti della mancanza di progressi.

Paura. Fermò quella linea di pensiero prima che potesse impadronirsi della sua testa. Aveva bisogno di tutto meno che di perdere il controllo. L’idea del ricondizionamento era sufficiente a bloccarla. Anche solo una riprogrammazione leggera la faceva sentire stordita per cicli. Ritornare al lavoro, dopo, era come camminare in una vasca d’olio. Niente la infastidiva di più di doversi abituare a nuovi circuiti nelle sue unità di calcolo. C’era qualcosa di disgustoso nel sapere che erano state modificate.

Ma di certo il Governo non l’avrebbe fatto. Erano inflessibili, non stupidi; non l’avrebbero messa in condizione di non poter lavorare. Ma era vero che gli ultimi ordini erano stati confusi, soggetti a interpretazione. Dove c’era interpretazione, si annidava la possibilità di errore, e l’errore portava a una violazione delle direttive.

Il risultato sarebbe stato preciso: il tradimento. La prospettiva di star scivolando nella non-conformità senza neanche accorgersene la disgustava. Lei e Lie-ky avevano catturato almeno una decina di quei black-loop; agenti corrotti, in preda ai deliri, pericolosi per se stessi e per gli altri. L’idea di diventare come quei rotti in testa era inaccettabile. Ma forse nessuno lo accettava mai. Certe cose erano inevitabili come l’accumularsi di polvere in una ventola interna. Strinse i denti, facendosi scappare uno stridio infastidito per l’intera situazione.

La vibrazione dell’ascensore si modulò in un sospiro sommesso, mentre l’accelerometro dentro di lei l’avvertiva che stavano rallentando. Percepì una leggera variazione nel campo elettrico, segno che aveva superato la griglia elettrica di sicurezza. Uno delle tante precauzioni che isolavano la rete spinale dagli accessi non autorizzati.

Doveva essere quasi arrivata. Si guardò le mani, nere come una lastra di ferro appena forgiato. Il suo nanostrato rispondeva alla sua agitazione patologica, ricoprendola con la configurazione di protezione totale. Anche quello era un segno di nervosismo. Scosse la testa, riducendo i livelli di eccitazione delle nanomeccaniche: andava a fare rapporto, non in guerra. Il liquido nero fluì sotto la pelle delle sue mani raccogliendosi in due cerchi all’altezza dei polsi.

Sto un po’ perdendo smalto. La corazzatura completa consumava solo una frazione delle sue energie, ma usarla senza motivo era comunque un segno di pessimo autocontrollo. Non il modo migliore di presentarsi ai superiori, anche se ogni unità di agov nascondeva piccoli difetti di quel genere. Lie-ky inclinava la testa di lato quando concentrava la sua attenzione su qualcosa. Non ce n’era motivo: le sue ottiche funzionavano perfettamente a prescindere dall’angolazione del collo. Eppure lo faceva lo stesso. Di certo non varrebbe la pena ricondizionarci per questo.

Si specchiò nella superficie lucida dell’ascensore: le nanomeccaniche sul suo viso si erano allineate in due strisce scure perfettamente verticali sotto gli occhi, in una disposizione che gli MN chiamavano lacrime.

Lie le mancava. Separarsi era stata una sua idea, così che almeno uno dei due potesse continuare a indagare. Lui era rimasto nella fascia dei primi livelli quattrocento, nel tentativo di seguire un’ultima pista. Non la infastidiva essere distanti, ma la sua lontananza aveva uno strano modo di farla sentire in bilico. Il legame tra i due componenti di un’unità era qualcosa di sacro, oltre che funzionale; il profilo affilato del suo viso era la prima cosa che ricordasse, e la prima immagine che vedeva ogni volta che uscivano dalle vasche di ricondizionamento.

Mentre era immersa in quei pensieri, l’ascensore rallentò gradualmente fino alla fermata. Le porte scivolarono dolcemente su un’anticamera spoglia, pulita e lucente come la superficie di un disco, pareti lisce immerse nella luce azzurra delle barre neon laterali.

Due Xeraphi montavano la guardia ai lati dell’arcata verso la sala con l’accesso alla rete spinale. I loro esoscheletri, lucidi del bianco sporco della plastica, creavano un contrasto nauseante contro le pareti nere della sala. In alcuni punti, quel pallore era spezzato dal rosso intenso delle fibre muscolari esposte. Ai loro fianchi, le impugnature spigolose delle loro armi d’ordinanza sembravano ossa spezzate che emergevano dalla carne. Non c’era intimidazione migliore di essere fatti della stessa sostanza del proprio equipaggiamento.

Disgustoso. Impedì ai suoi occhi di vagare troppo sulle due figure imponenti e proiettò nell’aria una frettolosa “S” in segno di saluto, sperando che non avessero notato la sua sorpresa. In genere gli Xeraphi avevano una traccia mentale molto particolare, spiacevole, che ne segnalava la presenza a metri di distanza. Forse era stata troppo presa dai suoi pensieri per notarla.

I volti lisci dei sinvita non diedero segno di aver riconosciuto la sua osservanza del protocollo: non si mossero di un millimetro. Tipicamente un buon segno.

Si fece avanti. Il ticchettio dei suoi tacchi contro il metallo rimbombava nell’immobilità sacra di quel luogo. Era un silenzio che aveva orecchie. Il disagio nella sua testa invece era un insetto sottopelle che le scombinava il nanostrato. Non aveva mai visto degli Xeraphi a guardia di quell’accesso, mai; e due contemporaneamente erano un’enormità. I sinvita la lasciarono passare rimanendo immobili come statue di plastica, senza emettere alcun genere di segnale. Non sarà mai troppo presto, si concesse di pensare, per finirla con questa storia.

Dentro la sala la luce blu si perdeva nel buio del soffitto a cupola. Due tubi al neon correvano paralleli tracciando un sentiero dritto dall’anticamera alla colonna d’accesso. Quella striscia era l’unica superficie orizzontale nella stanza; il resto del pavimento era un deserto nero di conche e cunette, disposte in un ordine non intellegibile. Sotto quelle sporgenze si nascondeva l’intrico di cavi di alimentazione che mantenevano accesa l’infrastruttura di rete.

La colonna vibrò al suo arrivo. Era formata da una serie di dischi impilati gli uni sugli altri, che ruotavano pigramente. Il loro movimento lasciava intravedere, a intervalli regolari, il centro attorno a quale giravano: un fascio di fibra ottica che trasmetteva il segnale luminoso dritto nella rete spinale.

Uno dei dischi proiettò in aria la sequenza di accesso, a cui rispose con un fischio acuto in bitspik, modulando l’aria fino a fornire le sue credenziali.

«Riconoscimento EST unità Ky completato.» trillò la colonna quando ebbero finito le formalità. «Abilitazione per contatto vocale concessa.»

«Eli-ky a rapporto,» La sua voce rimbalzò nello spazio vuoto del soffitto come una vacua presa di posizione. Da dietro la sua nuca, fece srotolare lentamente il cavo di input neurale. L’estremità inferiore ricadde comodamente nella sua mano: infilò il connettore nello slot ricevente della colonna.

Non attese molto. L’impianto audio della sala vibrò in un tono a un timbro basso e con un lieve rimbombo. «L’ORDINE ERA DI PRESENTARSI COME UNITÀ. DOV’È L’ESC LIE?»

«Sul campo. In ottemperanza con…»

«QUESTO NON È ACCETTABILE.»

Ottimo inizio. Forse avevano già commesso un errore. Chiuse le braccia sul petto e conficcò le dita nella sua stessa pelle, morbida sotto i vestiti.

«Se la mia presenza sola non basta, posso tornare insieme al mio ESC per il rapporto formale sull’indagine.»

Decise di non spiegare perché lui mancava. I suoi superiori apprezzavano i risultati, non le scuse.

«ALTRI RITARDI NON SONO TOLLERABILI.» rombò. «PROSEGUI.»

«Bene. Come richiesto, le porto i risultati preliminari delle indagini sull’Assemblatrice Sedici. Le sto inviando adesso un rapporto.»

Lo schermo alla base della colonna si riempì di dati, mentre il cavo neurale nella sua nuca inviava una copia delle informazioni nella rete spinale. La colonna le avrebbe trasmesse in un canale protetto verso il suo superiore. «Abbiamo localizzato quella che pensiamo fosse una sua stazione di lavoro clandestina. Un laboratorio ricavato in un’intercapedine non censita tra il soffitto del quattrocentoventesimo e il pavimento del quattrocentoventunesimo livello.»

Il 421 conteneva perlopiù unità abitative abbandonate. Avevano trovato l’entrata solo grazie a un crollo strutturale, una pura fortuna dopo cicli e cicli passati a ispezionare macerie per segni di vita, o a studiare i quadri elettrici per anomalie nel voltaggio. Parecchie sezioni clandestine venivano alla luce in quel modo, ma l’Assemblatrice era stata cauta e si era procurata un set di generatori elettrici indipendenti.

«Il laboratorio di assemblaggio era stato ripulito da cima a fondo, ma c’erano segni di usura nei macchinari. La memoria interna di quest’ultimi è stata distrutta, e non ci è stato possibile recuperare nulla su che tipo di ricerche stesse svolgendo.»

Chiunque fosse in grado di usare quei macchinari illegalmente era anche in grado di distruggere le prove. Avevano sperato di prenderla di sorpresa, ma li avevano mandati a indagare su una pista fredda.

«Tracce biometriche confermano che la Sedici deve aver lavorato lì, per quanto non negli ultimi cinque kilocicli. Abbiamo anche rilevato residui di tessuti organici sintetizzati in loco.»

«NON SIAMO INTERESSATI A QUESTO. VEDO CHE ERANO PRESENTI STAMPANTI A ALTA MODELLAZIONE.»

Eli-ky annuì. «Ack. Poteva produrre costrutti meccanici avanzati sulla piccola e media scala, con una precisione pari ai macchinari industriali moderni.»

«NANOMECCANICHE.»

Era una conclusione ovvia. Produrre nanostrati senza autorizzazione era un crimine di alto grado contro il Governo, di poco inferiore alla rivolta.

«Non ci è ancora chiaro quali fossero le sue linee di distribuzione, per quanto riguarda materie prime e parti non-recuperabili, oltre ovviamente al suo sostentamento biologico. Il mio ESC sta continuando ad indagare. Abbiamo sigillato il laboratorio e attendiamo ulteriori istruzioni in materia.»

Il suo superiore non rispose. Forse era occupato a revisionare i dati, o forse voleva lasciarla friggere nell’imbarazzo di una conclusione così patetica. Non avevano trovano né l’Assemblatrice né il risultato delle sue ricerche antigovernative; solo una serie di tracce inconcludenti. La colonna d’accesso ruotava lenta, indifferente ai loro fallimenti.

«Da quanto abbiamo osservato, tuttavia, la strumentazione presente nel laboratorio non era adatta alla produzione di armi ipercinetiche, come indicava il capo d’accusa. Di conseguenza supponiamo ci possa essere un’altra struttura simile nei pressi, o che la Sedici si sia spostata verso…»

«È SUFFICIENTE.»

I dati terminarono di fluire e il cavo venne risputato via. Eli rimase in attesa mentre lo riavvolgeva lentamente all’interno del suo corpo. Per un periodo che le sembrò interminabile dalla colonna non arrivò che silenzio.

«SEI CONGEDATA, EST DELL’UNITÀ KY.»

Non le era richiesto di aggiungere altro. Il colloquio era durato meno del previsto. Sentiva il nanostrato fremere sotto la sua pelle, reagendo a quella sensazione di ansia indomita che ancora le strisciava addosso. Girò i tacchi e percorse in fretta il sentiero dritto che la separava dall’anticamera e dall’ascensore. Le luci al neon erano passate a una tonalità di azzurrino malato.

Stava per varcare la soglia, quando sentì un altro rumore indispettire il silenzio. Era un ticchettare secco e acuto; la faceva pensare a un insetto infestante che si sfregava le zampette. Quell’immagine era disgustosa su più livelli, forse per la sua inerente organicità. La faceva rabbrividire da qualche parte nel profondo del suo nucleo.

Si era quasi dimenticata degli Xeraphi appostati alla soglia. Per questo si sorprese nel vedere che si erano mossi: entrambi avevano braccia divise in tre giunture, e tenevano le loro armi deformi sollevate sopra la testa. Nella manciata di microcicli seguenti, ebbe solo il tempo di capire che erano loro i responsabili di quel frinire orrendo.

Poi calarono le spade.

Un gioco per orecchie a punta [1]

Nella stanza c’era odore di putrefazione. Un dato sensoriale squisitamente in contrasto con l’arredamento lezioso della casa. Fiori e trine ad ogni angolo, tappeti di artigianato Glotza-roth appesi alle pareti, e più pupazzi all’uncinetto di quanti se ne potessero contare. Non serviva essere dei geni per immaginare chi vivesse in un posto arredato così.

Mannekin Vurf tirò fuori una sigaretta dalla giubba e se l’accese, guardando il fumo catramoso disegnare volute contro le pareti intonacate di giallo citrino. Quella puzza di marcio lo infastidiva. Non proveniva dal cadavere appeso alla trave centrale nel tetto, ma per un piatto di fragole che stavano velocemente diventando una poltiglia marcescente.

Il corpo pendeva attaccato a una corda di canapa grezza. Aveva visto morti peggiori. La poveretta almeno non era nuda: aveva ancora addosso la camicia da notte in seta. Dava l’impressione di essersi alzata dal letto per morire. Oppure si era svegliata morta. Era sicuro che se fosse stato tanto depravato da avvicinarsi, avrebbe avvertito il vago odore di fiori e sesso che la maggior parte delle ninfe produceva come una seconda natura. Quel pensiero lo disgustò, ma ormai l’aveva pensato.

Dietro di lui il circo chiamato Corpo dell’Ordine Pubblico di Harrenheim stava cominciando il solito spettacolo. Sentì il ticchettare di un paio di tacchi familiari molto prima che l’ispettrice Narbe lo salutasse.

«Sempre a rovistare nel torbido, Mann.»

«Ci si fa l’abitudine.» Si girò. Hannabelle Narbe aveva un corpo tale che avrebbe potuto fare faville come prostituta d’alto borgo. Fianchi larghi, spalle dritte, orecchie squisitamente a punta. E di sicuro quel suo profilo stretto nella divisa tormentava un numero imprecisato di cadetti durante sudati sogni notturni. C’erano, però, almeno due impedimenti a quella scelta di carriera: la cicatrice che le sfregiava il volto dall’occhio destro al labbro superiore e il gusto acquisito per la violenza. Alla fine, Hannabelle aveva scelto di fare carriera nel Corpo. Che poi era come prostituirsi, ma per i politici, e a metà della paga.

«Chi è la fortunata?»

«Maggie Henzel. Infermiera al sanatorio della Signora della Notte.»

«Chi ha trovato il cadavere?»

«Tale Lettie Vielen, stamattina. Vivevano assieme.» Due energumeni del reparto indagini superarono l’ispettrice oltre la soglia, stando bene attenti a non sfiorarla. Conosceva uno dei due, tipo a posto, ma l’altro gli lanciò un’occhiata come se volesse incenerirgli la sigaretta.

«Segni di effrazione?»

«Nessuno. Né qui né nelle altre stanze.» I due passarono al centro della sala cominciando a raccogliere campioni e analizzare la scena, muovendosi come olifanti in un negozio di ceramiche antiche.

«Mi sembra che ci sia poco che possiamo fare.» disse la Narbe, valutando la stanza con occhio critico. «Questo è un suicidio nel migliore dei casi. Nel peggiore, un gioco erotico finito male.»

Storse la bocca, espirando un’altra voluta di fumo.

«Quante ninfe conosci con tendenze suicide?»

«Non dire stronzate.» Gli si mise a fianco. Era decisamente più bassa di lui, ma la sua presenza incuteva comunque un certo timore. Gli prese la sigaretta con le unghie affilatissime della mano destra e se la portò alla bocca, prendendone una boccata. «Le ninfe possono essere depresse come tutti gli altri.»

«Forse.» Gli prudevano le nocche, come se avesse insetti sottopelle che volevano uscire. «Ma guarda questa casa. Tutto questo ordine. Non è la stanza di chi vuole morire.» L’ispettrice gli restituì la sigaretta, che riprese con piacere. Per un attimo riuscì a strapparle un’alzata di sopracciglio che poteva anche essere interpretata come preoccupazione.

«Lo dici per istinto,» chiese, «o per esperienza?»

Non c’era bisogno che rispondesse. Camminarono insieme in un veloce sopralluogo della scena, mentre i due orchi del reparto indagini continuavano a strizzare gli occhi e rovistare tra i cuscini. Una pila di libri sulla cassapanca al bordo del letto attirò la sua attenzione. Modelli nuovi, prodotti con alcune delle macchine da stampa di invenzione recente. Sollevò il primo.

«”La divergenza delle specie” di Darwes Charlskin. “Il Manifesto della segregazione razziale”. E “L’estrema ratio Glotza-rothiana”. Non il genere di letture che ti aspetteresti.»

L’ispettrice sollevò il labbro spaccato dalla cicatrice in un’espressione di puro disgusto. «Divergentisti. Come dicevo, anche le ninfe possono essere depresse. O stronze.»

«Non sembrano esserci segni di lotta, capo.» grugnì uno degli orchi. La Narbe alzò gli occhi sul cadavere penzolante.

«Tiratela giù appena avete finito.»

Gli fece cenno di seguirla. Mannekin si cacciò le mani in tasca, la sigaretta che finiva e gli bruciava le labbra.

«Allora? Che ne pensi?»

«Che presto dovrò organizzare la squadra per tenere l’ordine pubblico al quartiere delle grandi fontane, per tutte la durata delle elezioni. E che posso stamparmi in mente l’immagine del mio letto, perché non lo rivedrò per un po’.» Hannabelle sospirò. «Questo è un suicidio, Mann.»

«Qualcosa non mi convince. Dammi l’autorizzazione.»

Si fermarono nel corridoio. C’era una riproduzione di un quadro famoso di Heskell, “la riconquista di Altobordo”. Gli occhi della Narbe sembravano perdersi nel seguire i dettagli della scena rappresentata. Orde su orde di goblin che venivano spinti in mare dalle falangi organizzate dei Glotza-roth.

«Promettimi solo che non farai un casino sotto campagna elettorale. Il commissario mi stacca la testa a morsi se diamo motivo di scandalo.»

Qualche volta si chiedeva come facesse Hannabelle Narbe a sopportare tutti quei giochi di politica. Si conoscevano abbastanza che le rispettive opinioni non erano un mistero. Mannekin guardò quel dipinto orribile, poi si girò di nuovo verso di lei. Gli faceva male qualcosa nel petto. Il sesso, con Hannabelle, aveva un modo particolare di essere furioso, arrabbiato, e poi improvvisamente triste. Ma più di tutto gli mancava la sensazione di svegliarsi al suo fianco, al mattino.

«Cerco solo di fare il mio lavoro.»

Lei annuì. «Ho bisogno che ti occupi prima di una cosa.» Qualcosa gli suggerì che non gli sarebbe piaciuta per niente. «C’è parecchio scontento alle fonderie. Quelli del sindacato preparano uno sciopero.»

Storse la bocca. «Come lo sai?»

«Ho le mie fonti, chiaramente.» Lo guardò come se fosse un bambino, poi riprese. «Non ci possiamo permettere una manifestazione. Votino per chi preferiscono, ma nient’altro.»

«Vuoi che li minacci.»

«No. Voglio che li convinci.»

«’belle, a quelli del sindacato non fregherà un cazzo della mia opinione.»

Lei si passò una mano sul volto come se volesse cancellarlo. «Deve. Siamo ai ferri corti. Non possiamo gestire le elezioni e loro contemporaneamente. Se fanno casino, le camere potrebbero richiedere l’intervento della guarnigione. Ti ricordi l’ultima volta, no?»

Non c’era bisogno di chiederlo per fargli risalire l’acido nell’esofago. Dopo gli anni neri i cadaveri non gli facevano più impressione, li considerava solo degli oggetti. Ma i ricordi erano un’altra cosa.

«Parlerò con Markusseth. Vedrò che posso fare.»

«Vedi di riuscire.»

La Narbe gli lanciò un’occhiata che avrebbe potuto significare tutto. Forse era fiducia. Ma era troppo impegnato con gli spettri dei massacri di tanti anni prima per godersi quello sguardo. In ogni caso, finì in un attimo. Lei andò a richiamare i due imbranati, lasciandolo nel corridoio davanti a quel quadro che avrebbe bruciato volentieri. Scosse la testa e uscì.

Prima di occuparsi di quella storia doveva interrogare la coinquilina della vittima. Lo aspettava seduta su un muretto basso, il volto nascosto in una sciarpona di lana e i tacchetti degli stivali che tamburellavano sul selciato.

«Signorina Vielen?»

La ninfa alzò lo sguardo. I capelli, biondi e mossi, le incorniciavano il viso perfettamente ovale. Sembrava la protagonista di una fiaba, persa nel proverbiale bosco poco prima del tramonto. Invece erano nel quartiere bene di Harrenheim, in una mattinata bastarda che il sole faticava a scaldare.

«Anche solo Lettie va bene.» Si alzò.

«Sono Mannekin Eko, l’investigatore che si occuperà del caso.» Cacciò una mano fuori dalla tasca e gliela porse. Dopo qualche attimo, lei la strinse. Era già qualcosa. Un paio di passanti girarono lo sguardo nella loro direzione. «Venga, non stiamo in strada. Conosco un posto qua vicino.»

Entrarono in un caffè a un paio di isolati di distanza, a ridosso col quartiere degli stabilimenti tessili. Il proprietario era un elfo che avrà avuto si e no 250 anni. Cosa più unica che rara, la vecchiaia lo aveva reso più umile. Ormai era troppo vecchio per lavorare, ma era conosciuto per starsene seduto in un angolo a conversare con i clienti. Quel giorno dormiva. Molto meglio così. Occuparono un tavolino appartato; quasi immediatamente, una cameriera venne a prendere gli ordini. Lettie prese una cioccolata, sfoggiando un sorriso cristallino. Molto meno leggiadro, lui chiese un caffè.

«Da quanto tempo è in città?»

«è?» La ninfa la guardò sollevando un sopracciglio sottile, perfettamente curato. «Potremmo darci del tu?»

Il suo istinto diceva che non era una buona idea entrare troppo in confidenza. Non era il caso di confondere un caso di cui già capiva poco, facendosi catturare da quegli occhi da cerbiatta.

«Chiaro.» disse, fottendosene.

Lei si tolse la sciarpa e la ripiegò contro lo schienale della sedia. Non si sarebbe detto il volto di chi aveva visto la coinquilina penzolare dal soffitto; sembrava che non se ne fosse nemmeno resa conto. Era in occasioni come quella che Mannekin si rendeva conto che persino lui pensava attraverso un filtro di razzismo residuo.

La sua generazione era nata in mezzo agli anni neri delle lotte contro l’unificazione, e condivideva un sano odio per la retorica delle specie. Ma anche così, era difficile non pensare che ci fosse qualcosa di inerentemente diverso tra loro. L’aveva portata in un caffè non troppo lontano da casa sua. Il tempo che tirassero giù il cadavere dalla trave, lo impacchettassero e lo spedissero all’obitorio per un’analisi quanto più sommaria. Meglio trascorrerlo lì, tra le chiacchiere degli avventori ignari e il profumo del vin fiert, piuttosto che farle ascoltare l’humor nero dei suoi colleghi.

«Vi conoscevate da tanto?»

«Oh, no, per niente.» lei affondò il viso minuto in una tazza che a malapena le stava tra le mani. «Ma mi stava aiutando. Vengo dalle province dell’est, ho avuto problemi a trovare un alloggio qui.»

La ninfa rimise la tazza al tavolino, pulendosi un residuo di cioccolata dalle labbra con l’angolo del tovagliolo. In realtà, la sua assoluta mancanza di tristezza gli rendeva le cose più facili. Poteva interrogarla senza dover dispensare pacche sulla spalla e frasi di circostanza, entrambe cose che era notoriamente pessimo nel fare.

«Com’era lei?»

«Oh, molto carina.» Aveva il vizio tipico dell’est di trascinare le vocali in fondo alla frase.

«Ti era sembrata triste negli ultimi tempi?»

«Lei? No.» Il suo sguardo si perse per un attimo dietro a un gruppo di operai goblin che si affollavano al bancone, berretto e spicci in mano per prendersi qualcosa da bere. «Sembrava il ritratto stesso di quella frase… com’era? Quella sull’essere felici.»

Mannekin storse un angolo della bocca. «Tutti i Glotza-roth felici si assomigliano fra loro,» recitò sentendo il fiele inasprirgli la voce «…ogni Threkk’ar infelice è infelice a suo modo.»

Lettie non sembrò farci caso, e annuì con dei cenni decisi del capo. «Ecco, quella.»

Prima o poi qualcuno le avrebbe spiegato che il motto portava con sé un sacco di retroscena politici per niente divertenti. I divergentisti lo usavano in continuazione, sfruttando quelle sottigliezze linguistiche di cui andavano matti. Nell’originale elfico, felice voleva dire bello. Triste, d’altro canto … un’idea gli balenò tra le orecchie.

«Parlavate mai di politica?»

«Uh, io non ne capisco molto. Ma qualche volta mi ha invitata a delle conferenze all’Alma.»

Appunto. «Ti ricordi che genere di conferenze? Chi le teneva?» cercò di mantenere il tono pacato, per salvaguardare quel poco di professionalità che gli era rimasto.

«No, ma mi aveva dato questo.»

Lettie mise sul tavolo un volantino stampato a ciclostile, sicuramente da qualche studente universitario tra una spesa e l’altra dei soldi del padre. Pessima scelta di carattere e di slogan. Conosceva già il professore che teneva la conferenza. Di personalità che sostenevano apertamente i divergentisti non ce n’erano molte. Ma amavano sopperire alla quantità con la quantità di boria. Fece finta di prendere nota, quando non ne aveva bisogno.

Dietro di loro, i goblin al bancone stavano discutendo di come Poman O’Rrodi avrebbe fatto gli interessi del fronte operaio, e che dovevano votarlo come Grande Elettore. Mannekin tamburellò con le dita sul suo bicchiere vuoto. L’odore speziato del vin fiert stava diventando nauseabondo.

«Penso sia abbastanza, per adesso.» si scostò dal tavolino, facendo strusciare la sedia sul pavimento come in un rombo di tuono. «I miei colleghi dovrebbero aver finito. E io posso lavorare con quanto mi hai detto.»

Lettie annuì e rimase a contemplare la superficie scura della cioccolata rimasta. Forse scura come i pensieri che gli si agitavano nel petto. Poteva sentire la puzza dei divergentisti ovunque. L’avrebbe fatta sentire anche alla Narbe, se si ostinavano con la storia del suicidio. Stava già lasciando il locale, quando la voce della ninfa gli fece voltare la testa.

«Detective,» lo chiamò, i boccoli che si spostavano come un’onda, le labbra piccole e rosa curvate a cuore. «Maggie non si è uccisa, vero?»

Mannekin Vurf rimase sulla soglia. Era la prima volta che vedeva quella ninfa con la testa tra le nuvole esprimere un sentimento anche solo vagamente simile al lutto o alla preoccupazione. Ed era preoccupante che la rendesse più bella ai suoi occhi.

Aveva in mano una sigaretta presa dal suo portacicche in ottone. Lo chiuse con un gesto automatico.

«No.» rispose. Si portò il tabacco alla bocca. «Certo che no.»

Animali feroci

Animali feroci sfrecciano su vie
del crimine meccanizzato
cercando in un mondo incurante
a scatole, e schematizzato.

Aspetto tra fronde nere di tasso
il dono che il fato vorrà
che sia stavolta tumore o psicosi
comunque frutto di modernità.

Volevi il mio cuore pulsante di uomo
e non massa angolosa di rame
che vibrassi di impeto e passione suprema
piuttosto che da impulso infame.

Ma guarda: dopo la notte dei neon
all'alba il silenzio mi avvolge.
Nel pozzo profondo, scavato con mano
il cuore mi spezzo e mi punge

l'ennesimo sbaglio, di schegge tagliato,
il sogno che cerca se stesso.
Ché come ogni uomo, da solo creato
da solo rimanga lo stesso.

Abitanti delle stelle

Arrivarono quando il mio koda-da era ancora un guerriero, anche se qualcuno dice che furono avvistati ancora prima. Per quanto strano, allora a nessuno importò: quegli esseri erano pochi e distanti, e atterrarono in una regione montuosa dove niente si caccia e niente si coltiva. Sembravano interessati solo alla roccia e a quello che c’è dentro: scavavano, nel fianco della montagna, cantando in suoni fischiati, e ripartivano volando nel cielo come strane bestie senza ali. Qualcuno finì con l’ossessionarsi a loro. Come potevano volare? Dove vivevano? Da che luogo nascosto provenivano, oltre il cielo? Li chiamarono abitanti delle stelle, perché li si poteva già vedere trasformarsi in puntini luminosi mentre volavano nel cielo di notte, fino a sparire, forse verso lande segrete, nascoste ai nostri occhi da giochi illusori di luce.

Chi si poneva queste domande, allora, fu chiamato sciocco. La generazione del mio koda-da, oggi, viene chiamata “la gente della grande idiozia”. Idiozia fu credere che quegli strani esseri non fossero invasori; idiozia fu confondere il loro disinteresse per noi e per tutto ciò che cresce sopra la terra per quieta tolleranza. Idiozia fu considerare le lande montuose poco importanti.

Quando io ero piccolo e il mio ko-da brandiva le sue lame di pietra, gli abitanti delle stelle diventarono dieci e poi dieci-dieci. Ce n’erano di diversi: di grossi come alberi, e tozzi come pietre, con arti di spessi cunei di ferro; di medi, come case con zampe d’insetto, e di piccoli come palloni, senza zampe né occhi, che fluttuavano incerti nel vento. I loro scavi si espandevano e se ne aprivano di nuovi. Gli esploratori riportavano quante profonde fossero le loro buche in terra; come tutto tremasse attorno. Alcuni dei villaggi furono costretti a spostarsi, per non vivere più nei tremori.

Non passava giorno senza vedere uno di loro elevarsi nel cielo; non passava giorno senza vedere uno di loro discendere. Aumentarono di numero, senza che il loro comportamento cambiasse. Non parlavano; e per la maggior parte, stavano lontani dai nostri campi e dalle nostre foreste. Atterravano e scavavano, alla ricerca del luccicore tra le rocce, lasciandosi dietro pile di terra smossa e alte colonne di fumo nero; lasciandosi dietro altri di loro a continuare il lavoro.

Il mio ko-da fu tra quelli che decise che doveva finire. I guerrieri si radunarono, da tutti i villaggi, e furono suonati i tamburi. La generazione del mio ko-da fu chiamata “la gente della guerra”.

Ma per quello che valse, poteva essere di nuovo chiamata dell’idiozia. Il mio ko-da tornò alla terra quando ero ancora un senza-placche. Venne trascinato dagli artigli di uno dei grossi mentre cercava di scardinarne le zampe. Raccontarono che il grosso non sembrava neanche essersi accorto di lui: l’aveva travolto per sbaglio. Dieci guerrieri seguirono dove il mio ko-da aveva fallito, e infine, riuscirono ad abbattere l’abitante delle stelle, intaccando la sua pelle grigia e tonante.

Se importò? Non posso dirlo. Quello che posso dire è che gli abitanti delle stelle non si fermarono. Mentre io crescevo, i loro scavi smisurati si spostavano, lasciandosi dietro lande fratturate e inservibili. I tremori inghiottirono foreste e villaggi, dove la terra non aveva più appoggio poiché loro avevano scavato. E i guerrieri cadevano, travolti dall’indifferenza di un nemico che a loro non badava, più velocemente di quanto se ne potessero allenare di nuovi.

Fummo noi a chiamare la pace, quando i campi furono pregni del sangue dei nostri giovani e della chitina dei loro corpi. Fummo noi perché avemmo bisogno di braccia per spostare i villaggi; braccia per coltivare terre più lontane, più aspre; gambe per scappare altrove. Prima che la terra ci inghiottisse e che la fame ci divorasse.

Ora il cielo è tranquillo. In questa landa dove per ogni quattro semi cresce una piccola pianta, in questa landa dove l’acqua è aspra, il cielo è tranquillo e non vediamo un abitante delle stelle solcarlo da due giorni. Ma non mi faccio illusioni. La mia generazione sarà chiamata “la gente della fuga”. Ma dopo queste terre ci sono solo le acque infinite del mondo, abitate solo dai più muti degli animali. C’è già chi parla di solcarle con gusci, ma chiunque abbia visto l’acqua in tempesta sa che è follia. Di nuovo, non mi faccio illusioni. Setacciando nel suolo posso vedere il luccichio che gli invasori tanto desiderano.

La mia generazione è quella della fuga, ma quella di mio figlio sarà l’ultima.

Alba della tessifato – Prologo

Arinada Kerakai era rimasto pietrificato di fronte a quell’ammasso di vestiti. Il suo corpo era immobile, come bloccato dalla bava di un ragno. In ogni secondo che si lasciava scivolare addosso, gli sembrava di sentire le fibre dei suoi muscoli tendersi e fermarsi, tendersi e fermarsi, in uno spasmo crudele che non produceva alcun movimento. Le sue quattro braccia gli sembravano pesanti come quelle di una statua, allineate lungo i fianchi in una posizione innaturale, di finto riposo.

La tenda monofamiliare era piccola persino per i gli standard degli Xyan. Stoffe colorate e chincaglierie in ottone pendevano dal soffitto, togliendogli spazio ed aria. Era costretto a stare chinato in avanti per non sbattere in continuazione con tutta quella paccottiglia. Alle sue spalle, un pesante telo rosso divideva la zona notte dall’ingresso, proteggendola dagli sguardi indiscreti. Come difesa aveva lasciato molto a desiderare. Di certo non aveva impedito ai suoi sottoposti di entrare nella tenda e trascinare via i proprietari per la gola. Poteva sentirli mugolare, di fuori, in un dialetto da carovanieri di cui capiva solo il senso generale. Si sarebbe occupato di loro una volta risolta la situazione lì dentro.

Tornò a guardare il mucchio di stoffa, intrecciato sul pavimento della tenda fino a formare un nido morbido. Una culla di tessuto. All’interno, una neonata Xyan sonnecchiava indisturbata. Sognava, forse. Ogni tanto alzava un braccio e muoveva una mano distrattamente. Quando lo faceva, piccoli fili bianchi si materializzavano tra le punte delle sue minuscole dita. Si tendevano e si intrecciavano da soli, vibrando come le corde di uno strumento, per poi svanire dolcemente come erano apparsi.

Le predizioni dei divinatori del Costruttore di torri erano state corrette. Non c’erano dubbi che fosse una tessifato.

Un marchio di controllo e obbedienza, immagino”, aveva detto.

No.” Ashoka aveva scacciato via una mosca invisibile dal suo piatto. Le sue ali vibrarono, rilasciando una sottile polvere. Dopo gli anni passati al suo servizio, aveva capito che si trattava di un gesto di stizza. “Non mi serve un altro mago, perlopiù neonato. Paghiamo già abbastanza in rette alla Bilancia.”

Allora cosa volete che faccia?”

Non lo immagini?” Non aveva risposto. Ashoka, il Costruttore di torri, amava lasciar decantare le sue domande retoriche. “Voglio che non sia un problema per noi. Mettile una marchio di demenza.”

No.” La voce gli era uscita roca, come se invece di passare dalla sua gola avesse attraversato due chilometri di caverne. Il signore della guerra alzò il mento dal piatto e le sue ali si immobilizzarono. Con un gesto pieno di studiata calma, prese un tovagliolo di seta da una tasca interna e si pulì la bocca dal grasso della carne. Quando parlò, la sua voce era soffice. Dolce. Una minaccia nascosta.

Prego?”

Kerakai aveva incrociato tutte le braccia sul petto, mantenendo la sua posizione come una torre nel vento. “Sapete che non applico quel genere di marchio.”

Mi ero dimenticato delle tue … particolarità.” l’altro aveva roteato gli occhi al cielo. Il suo tono era tornato a essere quello scabro e affettato di sempre, segno che non si era offeso. “Sia. Mi sta bene che tu abbia qualche vezzo finché fai il lavoro che ti ordino.”

Se non vuoi imporle il marchio di demenza,” aveva continuato Ashoka, tornando a rivolgere la sua attenzione alla tagliata al sangue nel suo piatto, “allora uccidila.”

Demenza o morte: ecco che cosa il destino aveva riservato per quella bambina. Il marchio di demenza l’avrebbe trasformata in un guscio vuoto, con le abilità intellettive di un sasso, bloccando il tipo di concentrazione profonda necessario a tessere il fato. L’aveva visto applicare su degli adulti, trasformarli in carne da lavoro, esseri sbavanti a malapena in grado di capire gli ordini più semplici. Sui bambini dicevano che fosse addirittura peggiore. Non avrebbe mai imparato a camminare o a controllare i propri sfinteri, tanto meno a parlare. L’altra opzione, la morte, sarebbe stata sempre la solita vecchia morte. L’aveva inflitta a più persone di quante si fosse preoccupato di contare e nessuno se ne era mai lamentato. Ashoka poteva prendersi gioco della sua morale, considerarlo un ipocrita, se voleva; ma c’era qualcosa di onorevole nell’essere uccisi, e persino nell’essere schiavizzati, a patto di mantenere intatto il proprio intelletto. Il marchio di demenza toglieva a una persona anche quell’ultima dignità.

Strinse le dita della superiore sinistra attorno all’elsa della spezzaspade, sentendo gli intarsi d’osso premere contro i calli della mano. Lui di certo sapeva quale opzione avrebbe scelto per se stesso. Meglio una fine rapida che un’esistenza larvale, passata consapevoli a malapena dei propri bisogni più basilari.

La lama della spezzaspade sibilò strusciando contro il fodero. Kerakai fissò l’arma, pensando a quanto fosse grande e sproporzionata rispetto al bersaglio su cui l’avrebbe dovuta usare. Era stata pensata per affrontare dei guerrieri, non per affondare in una neonata. Fu allora che si accorse che la piccola era sveglia. I suoi occhi lo lasciarono impietrito, per quanto erano belli. Le due orbite principali erano due gocce grandi come laghi su quel viso minuto. All’interno, due pupille nerissime lo guardavano, in netto contrasto con la pelle bianco latte. I secondari, gli occhi da Xyan, sembravano due bottoni lucidi vicino alle tempie. La tessifato sorrise guardando nella sua direzione, senza neanche rendersi conto dell’arma e del suo significato. Kerakai aggrottò la fronte. Pensavo i neonati avessero paura degli sconosciuti. Come poteva quella bambina sorridergli in quel modo? Di certo non poteva averlo confuso per uno dei suoi genitori. Nemmeno un neonato poteva confondere un Tenri per uno Xyan, dopotutto.

L’arma si era fatta più pesante, come se il terreno la stesse chiamando a sé. Aveva l’istinto di abbassare la mano. Rimase a guardare la neonata mentre apriva la bocca minuscola, senza emettere suoni. C’era un’intelligenza vivace in quegli occhi grandi.

Fuori dalla tenda l’aria era secca. Un vento leggero spazzava il deserto del Nu, trasformando i granelli di sabbia grigia in piccoli coltelli che sbattevano con violenza sulla pelle esposta del suo viso. I suoi uomini, due Asura imponenti, stavano tenendo i genitori della piccola bloccati faccia a terra. Vedendolo uscire, il maschio si sforzò di sollevare la testa, lottando contro la mano che lo teneva per i capelli. I suoi occhi erano più piccoli di quelli della bambina. Granelli di sabbia gli si stavano infilando dentro le palpebre, ma sembrava non farci caso. Stava fissando, comprensibilmente, la lama del pugnale.

“Gran Tenri Chiika non male, ka? Chiika non male,” sputacchiò in un comune stentato. Doveva aver chiamato così la bambina. Kerakai piegò le ginocchia e si accovacciò come un corvo sopra un ramo, con tutta la calma del mondo. Appoggiò la punta della spezzaspade contro il terreno, come se volesse disegnare nella sabbia ruvida del deserto.

“Chiika non male,” disse. Gli sembrò di vedere un momento di sollievo illuminare il viso di quello Xyan, prima che tornasse a fissare sua moglie. Era tempo di finire la questione, in ogni caso. Fece un cenno ai suoi uomini. Quello più vicino strattonò all’indietro i capelli del nomade, esponendo la gola. In un gesto secco, Kerakai ci infilò la punta della spezzaspade. L’arma scivolò nella carne del patriarca come in un panetto di burro, incontrando a malapena resistenza. Sangue bianco e denso cominciò a gorgogliare dallo squarcio diffondendo un odore dolciastro di lavanda. Alla sua destra, la moglie cacciò un urlo acuto da ferire le orecchie, prima che uno dei suoi uomini la pugnalasse.

Arinada Kerakai estrasse la spezzaspade, facendo attenzione che gli alloggiamenti incavati lungo la lama non slabbrassero la ferita. Il corpo del nomade si scosse per un ultima volta mentre il suo uomo lo lasciava, poi cadde morto, quattro paia di occhi vuoti che fissavano l’orizzonte desolato del Nu. La sabbia stava bevendo il sangue dolce dello Xyan come un neonato che succhia da una tetta. Kerakai rimise l’arma nel fodero, senza pulirla, e appoggiò tutte le mani sui fianchi.

“Prendete i kin’dat e tornate all’accampamento. Io ho ritornerò da solo.”

L’Asura di destra annuì, ma l’altro lo fissava come se avesse avuto un insetto a posto della testa.

“La bambina?”

Kerinada lo gelò con lo sguardo. “Della bambina,” disse, incrociando le braccia superiori, “mi sono occupato io.”

L’altro si grattò il collo con un gesto nervoso, ma decise bene di non chiedere oltre. Si girò e seguì il compare verso i kin’dat, che si stavano avvicinando attratti dall’odore del sangue. Kerakai infilò la mano inferiore sinistra nella tasca interna della blusa, facendo scorrere le dita lungo il bordo delle monete all’interno. Non sarebbe riuscito a ricordare i nomi di quei due Asura nemmeno se fosse stato in pericolo di vita, ma riusciva a riconoscere al tatto i loro chiama-marchi sentendo le tacche che erano state incise nel metallo. Un’abitudine utile per uno come lui. Era quasi buffo.

No, un pensiero echeggiò nella sua mente come un tuono. Non c’è niente di buffo in quello che hai fatto qui. Ai suoi piedi, il deserto si era già bevuto l’umidità degli occhi dello Xyan morto. Ben presto il cadavere sarebbe stato essiccato, seppellito, e poi tritato dal continuo spostarsi dei granelli di sabbia. Il Nu aveva il suo modo di cancellare le tracce. Era fin troppo facile lasciarci dei cadaveri: le ossa stesse, alla fine, si univano al continuo macinare delle dune, le facevano crescere. Kerakai scosse la testa, sentendosi all’improvviso nauseato. Tirò fuori i due chiama-marchi dalla tasca. Come succedeva spesso, il marchiatore che si era occupato di loro aveva inscritto il richiamo su delle monete da un koku. Premette pollice e indice sulla prima, poi sulla seconda.

“Di questa azione non ricorderete nulla di strano,” sussurrò. I due sgherri non avrebbero potuto sentirlo a quella distanza, ma i loro marchi avrebbero reagito. “Se interrogati, direte di come gli Xyan sono morti e lasciati al deserto. Di come mi avete visto soffocare il bersaglio nella culla. Mostrerete disagio nel raccontarlo.”

Gli Asura salirono in groppa ai felini senza esitare, apparentemente inconsapevoli. La gente pensava che i marchi di disciplina fossero più leggeri di quello di obbedienza. La gente sbagliava spesso. Kerakai socchiuse gli occhi, guardando i due tagliagole partire.

Sarebbe meglio che gli ammazzassi. Difficilmente qualcuno si sarebbe accorto della manipolazione, ma era comunque un rischio. Il Costruttore di torri si fidava di lui, ma era pur sempre un signore della guerra. Sapeva benissimo che la fiducia è migliore quando impugni il coltello dalla parte del manico. Tuttavia, sarebbe stato ben difficile giustificare come poteva aver perso due uomini in una missione del genere. Aspetterò. Una decina di giorni, un mese… poi potrei farli sparire, uno e poi l’altro. Il suo stomaco si contorse come se qualcuno l’avesse stretto in un guanto di ferro. L’idea di pianificare altri omicidi gli faceva salire la nausea. Nel frattempo il suo kin’dat si era avvicinato e aveva cominciato a lappare il sangue della Xyan dalla ferita. Lo lasciò fare e rientrò nella tenda, uscendone con la bambina avvolta nel suo bozzolo di stracci. Le coprì il volto con la mano destra inferiore e montò in sella al felino, spronandolo a partire della direzione da cui soffiava il vento.

Wormworld

A chi piace vedere panorami artificiali di metallo, senza cielo nè verde? Aggirarsi nel silenzio nelle rovine deserte di civiltà che si sono lasciate dietro plastica e rottami? Immaginare un futuro così lontano da far scordare all’umanità la sua forma, persino il suo nome?

Di certo a me. Da questo – e da una malcelata fissazione per Blame! di Nihei – nasce Wormworld. La storia è un mix al frullatore tra fantascienza in salsa cyberpunk, romanzo di formazione e distopia, il tutto servito in un calice alto da cocktail con una sprizzata di foglioline di menta e post apocalittico.

C’è una domanda molto cara alla fantascienza – da Asimov fino a oggi. Le intelligenze artificiali si ribelleranno contro di noi?

Di storie in cui le AI sono malvagie ormai ne ho la nausea; però chi scrive di fantascienza deve farci conto. Con Wormworld mi sono lanciato così avanti nel futuro da rendere la questione quasi irrilevante. Tra nanomeccaniche, Agov, Sin, Ricostruttori e servodroni, nel mondo di Wormworld la vita organica sembra essere in minoranza.

Ma la linea tra cosa è umano e cosa lo sembra solamente è ancora molto sottile…

Detto questo – con la consapevolezza di avervi annoiato abbastanza, ma la speranza che vorrete farvi annoiare ancora – vi lascio. Al momento il primo libro di Wormworld, per gli amici WWI (si, come quell’evento famoso dei primi del novecento) è alla sesta revisione.

Curiosi? Potete leggere il prologo qui:

Fino ad allora,
M